“Un orologiaio svizzero”. Questa è la definizione che Stravinskij usa per il suo stimato collega Maurice Ravel. E la passione per gli orologi e per la loro meccanica, effettivamente, trova conferma nella splendida musica che il genio francese compone nell’arco di tutta la sua carriera. L’elemento ritmico, infatti, è una costante di tutte le sue opere, un escamotage con cui tiene sintatticamente ben legate tra loro le strutture della singola composizione o le sezioni di uno stesso movimento. Coerenza formale ed essenzialità sono il tentativo di rimarcare i precetti della tradizione musicale francese; ma, diversamente dell’approccio neoclassico, non lesina l’utilizzo della tecnica armonica moderna, di dissonanze audaci, senza però tradire il tonalismo e attingendo volentieri dalla modalità antica.
Riservato, acuto, sensibile e ironico, Maurice Ravel è a pieno titolo un punto fermo della musica occidentale, un riferimento imprescindibile per pianisti, compositori e orchestratori di oggi.
CONTESTO CULTURALE
Nel 1857 Charles Baudelaire sta consegnando al mondo un’opera destinata a cambiare il panorama intellettuale europeo: Le fleurs du mal. In una delle poesie di quest’opera, Correspondances, trovano tratti identitari i Simbolisti: realtà visibile e realtà invisibile sono intimamente collegate, con quest’ultima che è uno specchio simbolico di ciò che i sensi percepiscono. La conoscenza, dunque, prende forma grazie all’intuizione, a sua volta favorita dalla capacità propria dell’arte di evocare tutto quello che è sensibile. Di più: l’arte sfrutta ciò che è sensibile per rimandare simbolicamente a delle corrispondenze non percepibili, misteriose.
A questa vicenda intellettuale si vanno ad aggiungere la crisi del Positivismo, reo di non aver risposto agli interrogativi esistenziali nonostante il cavalcante progresso scientifico e tecnologico, e una realtà sociale ben lontana da quella che il grande sviluppo industriale poteva lasciar sperare, con disuguaglianze, ingiustizie e povertà quali tratti comuni di tutte le popolazioni del continente. Questa situazione porta al Decadentismo, fase parallela al Simbolismo, che vede la fondazione della rivista “Le Décadent” nel 1886 e la comparsa del Manifesto dei simbolisti di Moréas, cui aderiscono Mallarmé, Verlaine e Rimbaud.
E in musica ritroviamo ogni sfaccettatura di questa intensa, eterogenea, tormentata condizione intellettuale: se da un lato (piuttosto marginale) il crudo realismo di Carmen e di Traviata riverbera la caducità dell’esistenza umana, il fenomeno wagneriano viene accolto dalla borghesia come perfetta esemplificazione della redenzione dal peccato, del ritorno al passato lontano, spesso leggendario, come operazione epurativa necessaria, squisitamente estetica, scevra da qualsivoglia esercizio moralizzatore; dai musicisti, invece, viene rivolto un interesse squisitamente tecnico per le innovazioni stilistiche e formali del compositore tedesco. Ne risulta un incessante e devoto pellegrinaggio a Bayreuth, fatto culturale la cui portata va considerata soprattutto alla luce di un contesto nazionalista anti-germanico quasi fanatico della Francia di questi anni.
FORMAZIONE E CARRIERA
Nato da madre spagnola e padre svizzero, Maurice Ravel intraprende lo studio del pianoforte a Parigi con Henry Ghys nel 1882 e con Émile Decombes dal 1888, dopo aver avviato gli studi di armonia l’anno precedente con Charles René. È in questi anni che stringe la duratura amicizia con il coetaneo Ricardo Viñes, compagno di studi che sarà l’esecutore di molte sue composizioni.
L’evento della grande Esposizione Universale che Parigi ospita nel 1889 espone anche Ravel alle sonorità orientali, da cui resta inevitabilmente affascinato. Questo è l’anno in cui entra in conservatorio e dal 1891 approfondisce gli studi di armonia e composizione. Nel 1895, dopo aver composto alcune opere importanti, tra cui la Serenade Grotesque, il Menuet Antique per pianoforte, l’Habanera per due pianoforti (che utilizzerà più tardi, nel 1907, nella Rapsodie espagnole), e dopo aver conosciuto Satie, abbandona gli studi, per poi riprenderli nel 1898, prima con Gédalge e poi con Fauré. Di questi anni sono la Sonata per violino e pianoforte, i Deux épigrammes de Marot, la celeberrima Pavane pour une infante défunte, l’Entre cloches (secondo quadro dei Sites auriculaires), il meraviglioso Gaspard de la Nuit, capolavoro pianistico ispirato ai poemetti di Bertrand, e l’ouverture Shéhérazade, diretta dallo stesso autore e accolta assai negativamente dal pubblico.
La carriera di Ravel, infatti, sia per la precocità del suo talento che per una serie di eventi legati anche al suo temperamento, è spesso costellata da scandali e querelles che infiammano i giornalisti francesi, sempre a caccia di qualche pettegolezzo su cui scrivere. L’esempio più eclatante lo possiamo trovare nella vicenda che lega il compositore al Prix de Rome: se nel 1901 si classifica al secondo posto con la cantata Myrta, nei due anni successivi non riesce a superare le fasi eliminatorie; un ultimo tentativo nel 1905, anche questo infruttuoso. Ma in quest’occasione scoppia una grande polemica che porta alle dimissioni dalla direzione del Conservatorio di Parigi da parte di Dubois e al subentro di Gabriel Fauré, con cui Ravel termina gli studi proprio nello stesso anno.
Altre critiche arrivano dopo la prima esecuzione delle Histoires Naturelles per voce e pianoforte, in cui il trattamento della parte vocale non convince il pubblico; o la stesura dell’opera teatrale L’Heure Espagnole, eseguita nel 1911 dopo vari tentativi di contrasto.
Nel 1909, benché restio a collegarsi a enti o accademie nazionali e simili, non rinuncia a sposare la causa culturale della musica del suo tempo e fonda la Societé Musicale Indépendante (insieme a Schmitt e Fauré), il cui scopo è quello di diffondere la musica contemporanea; scrive anche come critico musicale illustre per le riviste “Revue Musicale” e “Comoedia Illustrée”).
Dal 1913 al 1914 soggiorna a Clarens, in Svizzera, dove entra in contatto con Stravinskij, il quale lo inizia allo studio della musica di Musorgkij e di Schönberg, dalle cui pagine prende ispirazione la composizione dei Trois Poèmes de Mallarmé e del Trio per violino, violoncello e pianoforte.
Contagiato dal furore patriottico, decide di arruolarsi per partire in guerra, ma come tutti i giovani del suo tempo ne resta profondamente segnato. Giudicato inabile, viene spedito a guidare autocarri prima di rientrare a Parigi, dove assiste nel 1917 al funerale della madre, altro evento che getta il compositore in una profonda crisi.
Dopo la duplice esperienza di Daphnis et Chloé e di Adélaïde ou le langage des fleurs, oltre alla versione coreografata di Ma mère l’Oye, Ravel torna nel 1919 a collaborare con il celebre coreografo russo Diaghilev, che gli commissiona l’orchestrazione de La valse, un lavoro precedente adattato a poema sinfonico per balletto. La musica raffinata e audace, però, non viene reputata idonea alla messa in scena e il maestro russo si rifiuta di rappresentarla. L’anno successivo termina il Duo per violino e violoncello e viene invitato a ritirare, quale artista musicale francese più importante ancora in vita (specie dopo la morte di Debussy), la prestigiosa onorificenza della Legion d’onore, che rifiuta in perfetta linea con la sua risaputa avversione alle ufficialità. Si trasferisce quindi l’anno seguente a Monfort, dove inizia a orchestrare i Quadri di un’esposizione di Musorgskij, tra le sue opere più conosciute.
Ormai famoso in tutto il mondo, in questi anni Ravel si avventura in tournées da pianista e direttore a Londra, Amsterdam, Venezia, Barcellona, Oxford (dove riceve in seguito la laurea honoris causa), Scozia; ma anche Canada e Stati Uniti, dove conosce Gershwin e si innamora del jazz.
Problemi di salute sempre più gravi lo costringono a un rallentamento inesorabile della sua produzione, permettendogli comunque di terminare il testamento spirituale dei Trois Chansons de Don Quichotte à Dulcinée nel 1932. Si sposta in Marocco e in Spagna nel 1935, per poi sottoporsi a un intervento chirurgico nel 1937 che lo porta al coma.
Il 28 dicembre dello stesso anno Ravel, il genio francese del nuovo secolo, muore.
STILE
Benché votata a un più attento formalismo strutturale, anche la musica di Ravel, come quella di Debussy, si serve di elementi musicali tipicamente orientali (come ostinati ritmici e scale modali), dello stile clavicembalistico francese dell’età barocca o del Jazz nascente in quegli anni in America. Infatti, è opportuno sempre chiarire che lo stile di Ravel non esce mai definitivamente dal “binario tonale” d’impianto, pur avventurandosi in episodi ricchi di dissonanze spigolose e sconvolgenti, preservando sempre razionalità e chiarezza formale; di Debussy, spesso, non si può dire altrettanto. Si aggiunga che Ravel, di 13 anni più giovane del collega, giunge a risultati apparentemente simili ben prima di questo, grazie soprattutto dell’insegnamento di Fauré e di Chabrier. L’opera più vicina alle atmosfere di Debussy è certamente Jeux d’eau, nata proprio negli anni di più intenso contatto tra i due.
L’approccio estetico di Ravel, come spiegano Carrozzo e Cimagalli, può considerarsi anti-romantico, ironico, distaccato: la sua musica non riflette sempre ciò recondito giace nell’animo, non è mai solo conseguenza di un flusso di coscienza o di un travaglio emotivo, non è mai per forza specchio di uno spirito tormentato che nei suoni trova sfogo. A riprova di questo si pensi all’uso estremamente “meccanico” del ritmo in molte sue composizioni, quasi a cristallizzare con freddezza una cornice oggettivamente essenziale in cui si inseriscono i vari episodi musicali.
Beninteso, con ciò si intende semplicemente segnalare una peculiarità delle opere raveliane molto ricorrente, realizzabile solo grazie ad abilità compositive non comuni: giudicare inespressiva e algida la musica di Ravel sarebbe un sacrilegio, un affronto gravissimo al suo genio, capace invece di dare forma a pagine musicali di inestimabile valore espressivo, ricche di sensualità, di emotività, di passione. Basti pensare anche solo al secondo movimento del Concerto in Sol per pianoforte e orchestra o alle Chansons madécasses per voce, flauto, violoncello e pianoforte. A differenza di molti suoi coevi, Ravel non tenta nemmeno di risultare bohemien, rivoltoso o in polemica con la cultura del suo tempo: un uomo riservato, un atteggiamento artistico quasi “artigianale”, come sostiene Guido Salvetti.
Insomma, Ravel viene identificato come uno dei più convinti rappresentanti del ritorno a una musica più essenziale, pura, a una maggiore razionalità estetica, lontano da impressionismi e simbolismi. Tutti i caratteri topici della sua musica mostrano negli anni un sofisticato perfezionamento, pur restando fedeli a sé stessi. Pensiamo alla struttura formale delle composizioni, all’uso della melodia e a pattern ritmici consolidati, ma anche al sempreverde arcaismo, allo spagnolismo, a quell’ironia beffarda paradossalmente antipoetica che troneggia soprattutto nel camerismo vocale.
L’evocazione spagnoleggiante, in un primo periodo più escogitata attraverso l’uso di melodie sensuali e accattivanti, col tempo si consolida nell’esaltazione di un ritmo marcato, perfettamente simmetrico. Gli ostinati sono una soluzione ricorrente anche nelle opere pianistiche che guardano all’antico clavicembalismo francese, esempi di raffinatezza unica, come testimoniano i sei quadri del Tombeau de Couperin, capaci di evocare nostalgicamente un passato perduto. Anche il trattamento dell’orchestra nella stesura degli adattamenti dei lavori pianistici tradisce questa tendenza all’ordine formale e all’essenzialità, elemento che garantisce il successo dell’operazione stessa di trascrizione. Oltre agli appena citati Tombeau, ne sono un esempio Ma mère l’Oye, la Rapsodie espagnole, i Valses o l’opera teatrale L’enfant et les sortilèges del 1925 e al famosissimo Bolero del 1929, pensati dal principio per grande organico. Più lirici e sentimentali i due concerti per pianoforte, tanto quello in Re del 1930 per la sola mano sinistra, dedicato al pianista Wittgenstein e da questi eseguito, quanto quello in Sol del 1931 per Marguerite Long.
La musica da camera non resta per Ravel un territorio inesplorato: oltre alle opere già menzionate per pianoforte e voce, alla Sonata per violino e pianoforte, a quella per violino e violoncello e al trio per violino, violoncello e pianoforte, si ricordano anche il Quartetto per archi del 1902 e il settimino Introduction et Allegro del 1905.
Sonorità suggestive, gusto arcaicizzante e spagnoleggiante, approccio antiromantico e un formalismo essenziale da cui sbocciano artifici armonici sorprendenti: gli ingredienti della musica di Ravel contribuiscono a renderla unica, un prezioso riflesso di una personalità affascinante e schiva, che dice tutto di sé ma conserva i segreti più intimi, lasciando che sia l’ascoltatore a dedurli o, perché no, a riscriverli.
Perché ascoltare Ravel? Perché pochi come lui sanno sorprendere, divertire, far viaggiare nel tempo e negli angoli più caratteristici del mondo con occhi spalancati; perché pochi come lui possono far sbocciare germogli coloristici mozzafiato da un cumulo di semplici idee costrette in un esile recinto; perché pochi come lui sanno accompagnare per mano l’ascoltatore nelle scene variegate del teatro della vita, dall’innocenza infantile di Ma mère all’ultimo respiro dei Tombeau.
BIBLIOGRAFIA
Utilizziamo i cookie per migliorare la tua esperienza. Clicca "Accetta" per consentire l'uso dei cookie.
| Cookie | Durata | Descrizione |
|---|---|---|
| cookielawinfo-checkbox-analytics | 11 months | This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookie is used to store the user consent for the cookies in the category "Analytics". |
| cookielawinfo-checkbox-functional | 11 months | The cookie is set by GDPR cookie consent to record the user consent for the cookies in the category "Functional". |
| cookielawinfo-checkbox-necessary | 11 months | This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookies is used to store the user consent for the cookies in the category "Necessary". |
| cookielawinfo-checkbox-others | 11 months | This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookie is used to store the user consent for the cookies in the category "Other. |
| cookielawinfo-checkbox-performance | 11 months | This cookie is set by GDPR Cookie Consent plugin. The cookie is used to store the user consent for the cookies in the category "Performance". |
| viewed_cookie_policy | 11 months | The cookie is set by the GDPR Cookie Consent plugin and is used to store whether or not user has consented to the use of cookies. It does not store any personal data. |
Giulio Rovighi, nato nel 1970, è stato introdotto giovanissimo alla musica dal nonno Guido Della Costanza, storica “spalla” del Teatro Comunale di Bologna, stimatissimo dall’allora direttore stabile Sergiu Celibidache che lo considerava “un concertista prestato all’orchestra”. Sotto la sua guida e successivamente sotto quella del padre Luigi Rovighi (violinista e noto musicologo), si è diplomato presso il Conservatorio “G. B. Martini” di Bologna con il massimo dei voti e la lode.
Ha proseguito gli studi con Cristiano Rossi e con Dora Schwarzberg, perfezionandosi poi con Salvatore Accardo presso l’Accademia “W. Stauffer” di Cremona dal 1992 al 1999.
Nel 1994 è stato invitato da Salvatore Accardo come “giudice del suono” al 7° Concorso Internazionale di Liuteria “Stradivari” di Cremona.
Dopo aver collaborato come “concertino” per diversi anni con l’”Orchestra del Teatro alla Scala”, ha collaborato come “spalla” con l’”Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia”, con l’”Orchestra del Teatro La Fenice”, con l’Orchestra Philarmonia Wien, con l’”Orchestra Haydn” e con l’”Orchestra Regionale delle Marche”.
Numerosi i concerti tenuti da solista con varie orchestre come l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, con la quale ha eseguito il primo Concerto di Paganini, e l’Orchestra da Camera Italiana che lo ha visto spesso solista insieme al maestro Accardo.
Dal 2008 al 2024 è primo violino del Quartetto Prometeo con il quale ha svolto attività concertistica in tutto il mondo e per le principali stagioni italiane come Società del Quartetto di Milano (Sala Verdi), Milano Musica, Unione musicale di Torino, MITO, GOG di Genova, Musica Insieme Bologna (Teatro Manzoni), Amici della Musica di Padova, Amici della musica di Firenze (Teatro La Pergola), Accademia Chigiana di Siena, Filarmonica Romana (Teatro Argentina).
Intensa anche l’attività discografica: ha registrato per Amadeus l’integrale dei quartetti di Schumann, per Kairos l’integrale dei quartetti di Salvatore Sciarrino, per ECM musiche di Stefano Scodanibbio; due cd per Brilliant: uno con l’integrale di Hugo Wolf e l’altro con Debussy e Szymanowsky, per Sony Classical “Arcana”.
Nel 2012 con il Quartetto Prometeo è stato premiato “Leone d’argento” alla Biennale di Venezia.
Parallelamente all’attività concertistica si dedica anche all’insegnamento: vincitore del Concorso Nazionale del Ministero della Pubblica Istruzione, dal 1994 è docente in ruolo di violino; attualmente insegna presso il Conservatorio “Respighi” di Latina.
Suona un Goffredo Cappa (Cremona 1682) e un Carlo Tononi (Bologna 1754).
I premi che hanno salutato l’arrivo di Anna Caterina Antonacci sulla scena lirica sono tanto prestigiosi quanto significativi. Il Concorso Internazionale di Voci Verdiane a Parma nel 1988, il Concorso Maria Callas, e il Concorso Pavarotti: la cantilena, la capacitá espressiva, ma soprattutto la voce. Dal Rossini brillante del debutto è presto passata al Rossini serio con Mosè in Egitto, Semiramide, Elisabetta, regina d’Inghilterra, ed Ermione. Ha poi proseguito con parti nobili e classiche quali le regine di Donizetti, le mozartiane Elvira, Elettra e Vitellia, e infine Gluck Armide, con la regia di Pier Luigi Pizzi e diretto da Riccardo Muti, aprí la stagione 1996-97 alla Scala. Seguirono Alceste, sia a Parma che a Salisburgo, e la Medea di Cherubini (a Tolosa e al Théâtre du Châtelet di Parigi).
Nel 2003 il suo trionfo come Cassandra nei Troiani allo Châtelet con Sir John Eliot Gardiner ha segnato il passaggio alle grandi eroine del repertorio francese, sui passi di Régine Crespin, nonché la nascita di una tragedienne e di una grande attrice. Ne La Juive e Carmen (rispettivamente a Covent Garden con Pappano and all’Opéra Comique con Gardiner), Antonacci ha fatto rivivere la tradizione lirica francese all’insegna di Viardot, altra grande interprete rossiniana. Dopo Agrippina e Rodelinda di Haendel, è stata Poppea a Monaco e Nerone a Parigi nella stessa Incoronazione di Poppea – queste diverse incarnazioni hanno prodotto l’ispirazione per Era la notte, il suo one-woman show intorno al Combattimento. Ultimamente, la collaborazione con Donald Sulzen ha portato Antonacci a concentrarsi sempre piú sulla melodia, sia questa italiana (Tosti, Respighi) o francese, vedi Fauré (L’horizon chimérique), Debussy e Reynaldo Hahn.
Nelle stagioni successive di particolare rilievo sono state Carmen al Royal Opera House di Londra e Cassandra in Les Troyens alla Scala diretto da Pappano, Iphigenie en Tauride al Grand Theatre de Geneve e la prima mondiale della Ciociara di Marco Tutino all’Opera di San Francisco e al Teatro Lirico di Cagliari, la Sancta Susana alla Bastille.
Anna Caterina ha cantato La Voix humaine in una nuova regia di Emma Dante al Teatro Comunale di Bologna seguito da Gloriana in una nuova produzione di David McVicar al Teatro Real Madrid e nel suo debutto in Iocasta in Oedipus Rex al Concertgebouw. Ha inoltre cantato Iphigenie en Tauride in una regia di Emma Dante al Circuito lombardo, la Voix humaine al Festival di Verbier e Dialogues des Carmelites in una nuova regia di Emma Dante all’Opera di Roma e al Bayerische Staatsoper seguito dalla Voix humaine al Theater an der Wien.
Nel 2009, Anna Caterina ha ricevuto la Chevalier de l’Ordre National de la Legion d’honneur, riconoscimento per i suoi meriti artistici e contributo alla cultura francese.
La personalità artistica di Vincenzo Maltempo ha trovato un’importante collocazione nell’eterogeneo panorama musicale contemporaneo soprattutto grazie al suo impegnativo lavoro di riscoperta e di diffusione della musica di Charles Valentin Alkan, del quale è oggi considerato come uno dei più autorevoli interpreti e conoscitori al mondo.
Dal 2011, infatti, Maltempo ha intrapreso un’intensa attività discografica registrando i lavori più importanti del compositore francese per l’etichetta Piano Classics; questo notevole lavoro ha attirato l’attenzione delle più rinomate riviste internazionali come Diapason, The Guardian, PianoNews, Gramophone e molte altre. Andrew Clements (The Guardian) lo definisce: “Esaltante, una vera rivelazione!”, e Robert Nemececk (PianoNews) scrive: “considerato uno dei più grandi interpreti contemporanei di questo compositore [Alkan] nessun altro pianista come Maltempo è riuscito a dominare in modo così ben congegnato e orchestrale le enormi difficoltà della sua musica”.
Maltempo ha inciso e suonato le opere più importanti di Alkan ed è uno dei pochissimi interpreti ad aver suonato l’intera raccolta dei suoi mastodontici “Douze études dans toutes les tons mineurs” op. 39 in un unico recital, a Yokohama, nel Novembre 2013. Come risultato della sua continua opera di riscoperta e promozione della musica di Alkan è stato nominato membro onorario della “Alkan Society” di Londra. Nel 2019 comincia la sua collaborazione con la prestigiosa casa editrice tedesca G. Henle Verlag. Nel 2020 viene pubblicata dalla casa editrice Florestano la sua biografia sul compositore, la prima in italiano.
Vincenzo Maltempo è definito un “musicista pieno di risorse con una tecnica ed una intelligenza formidabili” (Jeremy Lee, Top Ear), dai “suoni come scolpiti nel marmo” (PianoNews). Elogiato da molti grandi pianisti contemporanei, Alexander Lonquich scrive di lui come di “un pianista / musicista fuori dal comune […]. E’ uno dei pochi che possono rendere giustizia alla musica Alkan, che sembra non avere segreti per lui. Maltempo tende generalmente ad esplorare i lati estremi di uno stile. Non mi sorprende che il suo ultimo CD dedicato a Schumann abbia colpito nel centro. Raramente, se non mai ho ascoltato una Humoreske così convincente e multiforme allo stesso tempo […]
Non stupisce di certo la sua dedizione al lavoro di trascrizione di importanti partiture orchestrali […] E un ultima cosa importante: si ha la sensazione che per lui lo strumento sia sempre un mezzo e non un fine in se stesso”. Il celebre critico musicale Bryce Morrison su Gramophone apprezza la sua dinamica sgargiante e colorata, che accosta a quella di un Horowitz, e Lorenzo Arruga – giornalista e critico musicale italiano – riconosce nel suo “fraseggio libero, nel suo tocco caldo e nel suo atteggiamento di amore per i compositori e la musica” un profondo legame con la ‘scuola pianistica di un tempo’. Nonostante la giovane età, Vincenzo Maltempo può contare nella sua discografia, oltre a cinque CD con opere di Alkan (raccolti nel 2014 in un cofanetto), numerosi altri titoli: a Franz Liszt ha dedicato due CD, “Klavierwerke” (Gramola 2009), e “The complete Hungarian Rhapsodies” (Piano Classics, 2016), doppio cd nominato da Gramophone come “Editor’s choice” e definita “la più bella integrale che abbia mai ascoltato” da Paul Ruckert nella sua recensione al disco sulla stessa rivista; a Robert Schumann (Piano Classics 2014) un disco con importanti lavori pianistici; un doppio CD (Brilliant Classics 2014) con il violinista Carmelo Andriani, alla musica per violino e pianoforte di Michele Esposito (un compositore italo/irlandese poco noto al grande pubblico); mentre alla musica di S. Lyapunov (Piano Classics, Aprile 2017) riserva un’importante incisione dei 12 Studi Trascendentali, che si aggiunge alle pochissime precedenti testimonianze discografiche complete esistenti e che guadagna critiche a 5 stelle su Diapason e su altre riviste italiane ed estere. Nel 2018, e sempre per la Piano Classics, vede la luce un doppio CD con i due Concerti per Pianoforte e Orchestra di J. Brahms, registrati live con la Mitteleuropa Orchestra diretta da Marco Guidarini, mentre nel 2019 per la stessa etichetta viene pubblicato un doppio CD con le 10 Sonate per pianoforte A. Skrjabin: è il primo italiano nella storia ad inciderne l’integrale.
Ultime incisioni discografiche includono l’opera pianistica completa di P. Dukas e l’integrale dei Notturni di F. Chopin.
Vincitore del Premio Venezia 2006 al Teatro La Fenice, la sua carriera concertistica internazionale lo vede da quel punto esibirsi nei più importanti festival e teatri d’Europa (Venezia “La Fenice”, Cagliari “Teatro Lirico”, Spoleto “Festival dei due Mondi”, Festival F. Liszt di Raiding, “Raritäten der Klaviermusik” a Husum etc), America (Miami “International Piano Festival”, etc), Messico (“Festival Internacional de Piano en Blanco y Negro”), Asia. Il suo percorso musicale, iniziato spontaneamente in età molto precoce nella sua famiglia, è fortemente influenzato da Salvatore Orlando, pianista e insegnante, allievo di Sergio Fiorentino, con il quale si diploma nel 2005 al Conservatorio S. Cecilia di Roma con il massimo dei voti e la lode. I suoi studi proseguono in seguito con Riccardo Risaliti presso l’Accademia pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola, dove ha la possibilità di frequentare masterclass con pianisti come V. Aschkenazy, O. Marshev, R. Levin, Z. Kocsis e altri.
Le sue trascrizioni pianistiche sono pubblicate dalla Ries&Erler di Berlino e dalla MusePress di Tokyo.
Dal 2017 è fondatore e direttore artistico del “Premio Alkan per il virtuosismo pianistico”, evento annuale che ha luogo al Castello di Castano, nel piacentino.
Vincenzo Maltempo vive a Torino ed è docente di pianoforte principale al Conservatorio “G. Verdi” di Torino.