Il 3 aprile ricorre il 130° anniversario della nascita di Mario Castelnuovo-Tedesco. Il compositore fiorentino, classe 1895, è tra i grandi artisti del secolo scorso purtroppo ingiustamente lasciati nell’oblio dopo la sua morte. Castelnuovo-Tedesco risulta essere a pieno titolo uno degli ultimi baluardi del tradizionalismo formale nostrano, che non rifiuta a priori, però, influenze moderne. La sua musica è un affresco elegante e colto in cui è possibile ammirare movimenti di danze antiche e a lui contemporanee, echi popolari, modalità e strutture formali ben definite. Nonostante le mille vicissitudini affrontate, le pagine dell’autore fiorentino, anche quelle connotate da pessimismo e rassegnazione, non mostrano rancore e, quando gioviale e quando avvilita, trasmettono un senso di sobria serenità. Un uomo buono, provato certamente dalle difficoltà della vita, ma capace di stare nel suo angolo di mondo senza recar fastidio alcuno. Le sue opere, tanto quanto le sue memorie autobiografiche, sono il segno di una rispettosa consapevolezza delle sue doti, mai ostentata, e di una raffinatezza che pare quasi distonica al confronto con l’ambiente musicale da cui proviene.
FORMAZIONE E CARRIERA
Appresi i rudimenti dell’arte musicale dalla madre, una pianista dilettante, avvia gli studi del pianoforte con Edgardo Del Valle e supera a tredici anni l’esame di ammissione all’Istituto Musicale “Luigi Cherubini” di Firenze. Studia composizione con Gino Madona prima e con Ildebrando Pizzetti poi, con il quale si diploma nel 1918. Con questi tre maestri il giovane ha modo di conoscere la musica del classicismo (Del Valle), dell’impressionismo francese (Modona) e quella polifonica vocale e strumentale della tradizione italiana (Pizzetti).
Proprio quest’ultimo lo introduce nel circuito intellettuale in cui gravita anche Alfredo Casella, tra i suoi primi estimatori e promotori all’interno della Società Nazionale di Musica. Concentrato principalmente sulle opere per pianoforte, non mancano interventi di saggistica e critica musicale per riviste quali “Il pianoforte” e “La critica musicale”.
La sua prima opera, La Mandragola, gli permette nel 1923 di avere una considerevole notorietà in seguito alla vittoria del concorso nazionale bandito dalla Direzione Generale delle Belle Arti. Questo melodramma viene rappresentato presso il Teatro La Fenice di Venezia nel 1926 e successivamente pubblicato a Vienna dalla Universal due anni dopo. Sempre nel 1923 viene invitato al primo festival dell’International Society for Contemporary Music di Salisburgo, l’unico italiano ad ascoltare le proprie composizioni eseguite (Il raggio verde e Cipressi), oltre a Malipiero e Busoni.
Gli anni Venti rappresentano una fase di grande crescita compositiva per il quasi trentenne Mario, che lima sempre meglio le strutture e le orchestrazioni delle sue opere, senza mai lesinare la raffinatezza melodica. La risonanza ottenuta nelle manifestazioni di cui sopra arriva a interessare celebri artisti del calibro di Toscanini e di Heifetz, con i quali inizia a collaborare. Figura importantissima per la carriera compositiva di Castelnuovo-Tedesco è Andrés Segovia, chitarrista che proprio in questo periodo si pone l’obiettivo di ampliare il repertorio per il proprio strumento grazie all’apporto di compositori “non chitarristi”. L’orientamento di Segovia si giustifica con il desiderio di spingere le potenzialità tecniche dello strumento a vette ancora inesplorate; questo fenomeno permette al compositore fiorentino di diventare il principale punto di riferimento italiano più recente della letteratura chitarristica.
Negli anni Trenta ha inizio, dopo gli incarichi del Savonarola e dei Giganti della Montagna, si apre un periodo tormentato: Castelnuovo-Tedesco è costretto a lasciare l’Italia insieme alla sua famiglia alla volta dell’America, dove può trovare rifugio, lontano dal preoccupante dilagare dell’orda fascista antisemita. È il 1939, la famiglia Castelnuovo-Tedesco sbarca a New York con il cuore lacerato e una malinconica disillusione che lascerà il Maestro emotivamente “mutilato” per il resto della vita.
I primi anni nella Grande Mela certo non sono facili, tra difficoltà di ambientazione e una situazione economica che fatica a decollare. Provvidenziale, nel 1940, arriva l’offerta dalla Metro-Goldwyn-Mayer per la produzione di colonne sonore per il cinema, che lo porta a Beverly Hills fino ai suoi ultimi giorni. Poco entusiasta della nuova occupazione, l’italiano compone alcuni lavori, tra cui Gli amori di Carmen, che lasciano comunque una traccia nel suo stile, nonché un velo di soddisfazione nel compositore quando ne ricorda l’esperienza. Come libero professionista, dunque, riparte, aggiungendo alle sue occupazioni anche quella di didatta e il progetto autobiografico delle sue memorie (Una vita di musica), tutt’altro che autocelebrativo, volto a offrire ai posteri una finestra sul contesto intellettuale e musicale del suo tempo e una guida interpretativa delle sue opere, del cui valore è certamente consapevole.
Dopo la guerra, Castelnuovo-Tedesco ottiene la cittadinanza americana nel 1946 e torna in Italia nel ’48. L’esperienza lo lascia con l’amaro in bocca, poiché trova una sorta di ostilità nei suoi confronti e un ambiente ancora retrogrado e litigioso, come ha modo di constatare in occasione della vicenda che lo vede (su invito) aspirante direttore del Conservatorio di Napoli, carica alla quale rinuncia proprio per via della bagarre che intorno vi si scatena.
Torna nel 1952 a Firenze in occasione della rappresentazione della sua operetta Aucassin et Nicolette, accolta positivamente dal pubblico dopo oltre trent’anni dalla sua composizione e quasi quindici dalla mancata esecuzione (ostacolata dall’ingerenza fascista nel ’39, prima della fuga).
Tornato in America, ha inizio la fase calante della sua produzione, un ritiro volontario interrotto sporadicamente da qualche nuova opera, come il Mercante di Venezia. Proprio questa, vincitrice del concorso organizzato dal Teatro alla Scala in sinergia con altri enti, non viene eseguita come da bando a causa dell’interferenza del presidente di giuria, il suo vecchio maestro Pizzetti. L’evento lascia nel compositore un lacerante senso di abbandono, una nuova, cocente delusione che egli stesso descrive come la peggiore di tutta la sua vita. L’opera viene comunque eseguita con successo nel 1961 dal Maggio Musicale Fiorentino, nonostante la stroncatura di parte della critica, su tutti di Beniamino Dal Fabbro.
Dopo gli ultimi anni dedicati alla stesura di brani cameristici, nel mentre lavora a degli Appunti per chitarra, il 16 marzo del 1968 Mario Castelnuovo-Tedesco muore, con la discrezione e la compostezza con cui era stato al mondo.
REPERTORIO PIANISTICO
La prima fase compositiva dell’autore è incentrata sul pianoforte, come possono testimoniare opere quali Questo fu il carro della Morte op. 2, Il raggio verde op. 9, Cipressi op. 17 e il Cantico op. 19. L’op. 9, il tanto fortunato Il raggio verde, si ispira al fenomeno descritto da molti autori, tra cui Verne. L’impressionismo di questa prima epoca compositiva non preclude un gusto per la forma ordinata o per elementi della tradizione, come il contrappunto imitativo. Questo brano presenta un carattere libero e inquieto, arricchito da poliritmia e cambi di tempo; ma offre anche alcune soluzioni armoniche e melodiche che ricordano i canti popolari, nonché delle indicazioni interpretative capaci di percorrere un ampio orizzonte sensibile, dal “dolce e semplice” al “molto forte e doloroso”.
La critica accoglie l’opera con commenti contrastanti, dall’entusiasmo di Casella alla lapidaria sentenza (“aberrazione”) di Del Valle, suo vecchio maestro. Tale approccio più modernista, che ha caratterizzato anche altre opere pianistiche come Lucertolina, le Coplas, il Passo delle Nazarene, oltre ad altre sopra citate, viene via via temperato e semplificato, come a voler ripulire lo stile da artifici considerati negli anni devitalizzanti per l’essenza delle composizioni, con buona pace dei convinti modernisti che lo tacceranno di tradimento. Un esempio è Evangélion op. 141, la cui forma si presenta già più pura e semplice rispetto alle opere giovanili.
REPERTORIO CHITARRISTICO
Come si è detto, l’esperienza di Castelnuovo-Tedesco con la scrittura per chitarra ha inizio quando Andrés Segovia, leggendario chitarrista del XX secolo, intraprende la causa che porterà il repertorio per lo strumento ad arricchirsi ampiamente di firme fino ad allora mai cimentatesi con la seicorde. Tra queste, appunto, Mario Castelnuovo-Tedesco: il Concerto per chitarra e orchestra in Re Maggiore op. 99, il Quintetto per chitarra e archi op. 143, il Capriccio diabolico, Romancero Gitano, Platero y Yo, i 24 Capricci di Goya op. 195, Chitarre ben temperate op. 199 (preludi e fughe), la Sonatina per flauto e chitarra op. 205, Ecloghe op. 206, l’Aria dal concerto per oboe…queste e altre composizioni, incluse quelle in cui la chitarra funge da strumento accompagnatore, rendono il fiorentino uno dei più prolifici autori per chitarra del suo, certamente l’italiano più attivo nel settore tra i “non chitarristi”.
Colpisce non solo il coraggio nell’accostare la chitarra a organici inconsueti (coro, fiati, narratore), ma la totale disponibilità a interventi tecnici anche drastici da parte degli esecutori, come nel caso di uno scatenato Segovia nel Capriccio Diabolico. Ciò si evince facilmente dagli scritti dello stesso autore, che non nasconde la stima nei confronti delle personalità cui affida le bozze da “correggere”.
Certamente farina sua è l’impronta personale che si evince nel trattamento della melodia e nella sobrietà degli accompagnamenti alla chitarra solista di questi brani, esigenza anche tecnica, considerato il limite massimo di intensità dello strumento.
L’ELEMENTO EBRAICO
Quanto rivelatore sia stato l’ascolto della Rapsodia Schelomo di Ernst Bloch lo si può dedurre, per quanto possibile, solo leggendo le memorie Una vita di musica; Certo è che da allora il compositore fiorentino ha quasi una vocazione che lo spinge a inserire in molte composizioni quello che lui definisce “l’elemento ebraico”, un carattere più etnico che religioso, un aspetto della propria personalità che scava nella memoria degli antichi canti ascoltati da bambino e che recupera in opere come le Danze del Re David o nel celebre e ingiustamente poco conosciuto Concerto n. 2 per violino e orchestra op. 66, conosciuto come I Profeti. Proprio quest’ultimo, portato sui più prestigiosi palcoscenici da leggende come J. Heifetz e I. Perlman, descrive sia lo spirito dei profeti Isaia, Geremia ed Elia, ciascuno dei quali sembra parlare in un rispettivo movimento, che il fondale pittorico del mondo ebraico, con la Natura, la Folla e la principale Voce di Dio che parla dal roveto ardente. Tutto questo viene ricreato dagli interventi rapsodici del solista, quasi emulazione di improvvisazioni virtuosistiche, da interpolazioni modali, dai rimandi all’immagine danzante ed eroica di Re David.
Benché oltremodo ignorato dai palinsesti musicali, questo esempio di equilibrio e potenza compositiva rappresenta uno dei lavori di cui lo stesso autore va più fiero in assoluto, con giusta ragione.
IL FASCINO DELLA PAROLA
Si è già detto della sincera passione di Castelnuovo-Tedesco per la letteratura. La sua produzione per voce e strumento vanta pagine deliziose come le giovanili Infinito op. 22 e Shakespeare Songs op. 24, senza dimenticare le precedenti Coplas op. 7 e Stelle cadenti; ma non vanno dimenticate la Ballata dall’Esilio del 1956, il ciclo dei Vogelweide op. 186 o le liriche inglesi del poeta medievale Moses-Ibn-Ezra contenute nel Divan op. 207, il testamento spirituale del compositore che si chiude nella maniera più semplice e composta possibile, allegoria della malinconia e dell’amarezza con cui si congeda da questo mondo.
Molta della musica di questo colto e raffinato compositore è ingiustamente lasciata da parte, col rischio di essere dimenticata. Ciò vale soprattutto per il repertorio drammatico, uno scenario triste assolutamente da evitare, soprattutto se si considerano la raffinata vena melodica e il gusto per la letteratura, che lo ha sempre reso sensibile al fascino della parola, grande intenditore, per usare il titolo di un bel libro in materia di Stefano La Via, della “poesia per musica e della musica per poesia”. Non può essere taciuto neanche il ricordo del favorevole riscontro di pubblico che hanno conosciuto le prime esecuzioni delle sue opere, si pensi ad Aucassin, al Mercante di Venezia o alla stessa Mandragola, tanto cara all’autore stesso.
Anche noi speriamo che il pubblico di oggi possa apprezzare l’onestà con cui egli si descrive, tanto con le parole quanto con la sublime musica che ci ha lasciato, con cui esprime la sua dolcezza e la potenza del suo animo nobile.
BIBLIOGRAFIA
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Giulio Rovighi, nato nel 1970, è stato introdotto giovanissimo alla musica dal nonno Guido Della Costanza, storica “spalla” del Teatro Comunale di Bologna, stimatissimo dall’allora direttore stabile Sergiu Celibidache che lo considerava “un concertista prestato all’orchestra”. Sotto la sua guida e successivamente sotto quella del padre Luigi Rovighi (violinista e noto musicologo), si è diplomato presso il Conservatorio “G. B. Martini” di Bologna con il massimo dei voti e la lode.
Ha proseguito gli studi con Cristiano Rossi e con Dora Schwarzberg, perfezionandosi poi con Salvatore Accardo presso l’Accademia “W. Stauffer” di Cremona dal 1992 al 1999.
Nel 1994 è stato invitato da Salvatore Accardo come “giudice del suono” al 7° Concorso Internazionale di Liuteria “Stradivari” di Cremona.
Dopo aver collaborato come “concertino” per diversi anni con l’”Orchestra del Teatro alla Scala”, ha collaborato come “spalla” con l’”Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia”, con l’”Orchestra del Teatro La Fenice”, con l’Orchestra Philarmonia Wien, con l’”Orchestra Haydn” e con l’”Orchestra Regionale delle Marche”.
Numerosi i concerti tenuti da solista con varie orchestre come l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, con la quale ha eseguito il primo Concerto di Paganini, e l’Orchestra da Camera Italiana che lo ha visto spesso solista insieme al maestro Accardo.
Dal 2008 al 2024 è primo violino del Quartetto Prometeo con il quale ha svolto attività concertistica in tutto il mondo e per le principali stagioni italiane come Società del Quartetto di Milano (Sala Verdi), Milano Musica, Unione musicale di Torino, MITO, GOG di Genova, Musica Insieme Bologna (Teatro Manzoni), Amici della Musica di Padova, Amici della musica di Firenze (Teatro La Pergola), Accademia Chigiana di Siena, Filarmonica Romana (Teatro Argentina).
Intensa anche l’attività discografica: ha registrato per Amadeus l’integrale dei quartetti di Schumann, per Kairos l’integrale dei quartetti di Salvatore Sciarrino, per ECM musiche di Stefano Scodanibbio; due cd per Brilliant: uno con l’integrale di Hugo Wolf e l’altro con Debussy e Szymanowsky, per Sony Classical “Arcana”.
Nel 2012 con il Quartetto Prometeo è stato premiato “Leone d’argento” alla Biennale di Venezia.
Parallelamente all’attività concertistica si dedica anche all’insegnamento: vincitore del Concorso Nazionale del Ministero della Pubblica Istruzione, dal 1994 è docente in ruolo di violino; attualmente insegna presso il Conservatorio “Respighi” di Latina.
Suona un Goffredo Cappa (Cremona 1682) e un Carlo Tononi (Bologna 1754).
I premi che hanno salutato l’arrivo di Anna Caterina Antonacci sulla scena lirica sono tanto prestigiosi quanto significativi. Il Concorso Internazionale di Voci Verdiane a Parma nel 1988, il Concorso Maria Callas, e il Concorso Pavarotti: la cantilena, la capacitá espressiva, ma soprattutto la voce. Dal Rossini brillante del debutto è presto passata al Rossini serio con Mosè in Egitto, Semiramide, Elisabetta, regina d’Inghilterra, ed Ermione. Ha poi proseguito con parti nobili e classiche quali le regine di Donizetti, le mozartiane Elvira, Elettra e Vitellia, e infine Gluck Armide, con la regia di Pier Luigi Pizzi e diretto da Riccardo Muti, aprí la stagione 1996-97 alla Scala. Seguirono Alceste, sia a Parma che a Salisburgo, e la Medea di Cherubini (a Tolosa e al Théâtre du Châtelet di Parigi).
Nel 2003 il suo trionfo come Cassandra nei Troiani allo Châtelet con Sir John Eliot Gardiner ha segnato il passaggio alle grandi eroine del repertorio francese, sui passi di Régine Crespin, nonché la nascita di una tragedienne e di una grande attrice. Ne La Juive e Carmen (rispettivamente a Covent Garden con Pappano and all’Opéra Comique con Gardiner), Antonacci ha fatto rivivere la tradizione lirica francese all’insegna di Viardot, altra grande interprete rossiniana. Dopo Agrippina e Rodelinda di Haendel, è stata Poppea a Monaco e Nerone a Parigi nella stessa Incoronazione di Poppea – queste diverse incarnazioni hanno prodotto l’ispirazione per Era la notte, il suo one-woman show intorno al Combattimento. Ultimamente, la collaborazione con Donald Sulzen ha portato Antonacci a concentrarsi sempre piú sulla melodia, sia questa italiana (Tosti, Respighi) o francese, vedi Fauré (L’horizon chimérique), Debussy e Reynaldo Hahn.
Nelle stagioni successive di particolare rilievo sono state Carmen al Royal Opera House di Londra e Cassandra in Les Troyens alla Scala diretto da Pappano, Iphigenie en Tauride al Grand Theatre de Geneve e la prima mondiale della Ciociara di Marco Tutino all’Opera di San Francisco e al Teatro Lirico di Cagliari, la Sancta Susana alla Bastille.
Anna Caterina ha cantato La Voix humaine in una nuova regia di Emma Dante al Teatro Comunale di Bologna seguito da Gloriana in una nuova produzione di David McVicar al Teatro Real Madrid e nel suo debutto in Iocasta in Oedipus Rex al Concertgebouw. Ha inoltre cantato Iphigenie en Tauride in una regia di Emma Dante al Circuito lombardo, la Voix humaine al Festival di Verbier e Dialogues des Carmelites in una nuova regia di Emma Dante all’Opera di Roma e al Bayerische Staatsoper seguito dalla Voix humaine al Theater an der Wien.
Nel 2009, Anna Caterina ha ricevuto la Chevalier de l’Ordre National de la Legion d’honneur, riconoscimento per i suoi meriti artistici e contributo alla cultura francese.
La personalità artistica di Vincenzo Maltempo ha trovato un’importante collocazione nell’eterogeneo panorama musicale contemporaneo soprattutto grazie al suo impegnativo lavoro di riscoperta e di diffusione della musica di Charles Valentin Alkan, del quale è oggi considerato come uno dei più autorevoli interpreti e conoscitori al mondo.
Dal 2011, infatti, Maltempo ha intrapreso un’intensa attività discografica registrando i lavori più importanti del compositore francese per l’etichetta Piano Classics; questo notevole lavoro ha attirato l’attenzione delle più rinomate riviste internazionali come Diapason, The Guardian, PianoNews, Gramophone e molte altre. Andrew Clements (The Guardian) lo definisce: “Esaltante, una vera rivelazione!”, e Robert Nemececk (PianoNews) scrive: “considerato uno dei più grandi interpreti contemporanei di questo compositore [Alkan] nessun altro pianista come Maltempo è riuscito a dominare in modo così ben congegnato e orchestrale le enormi difficoltà della sua musica”.
Maltempo ha inciso e suonato le opere più importanti di Alkan ed è uno dei pochissimi interpreti ad aver suonato l’intera raccolta dei suoi mastodontici “Douze études dans toutes les tons mineurs” op. 39 in un unico recital, a Yokohama, nel Novembre 2013. Come risultato della sua continua opera di riscoperta e promozione della musica di Alkan è stato nominato membro onorario della “Alkan Society” di Londra. Nel 2019 comincia la sua collaborazione con la prestigiosa casa editrice tedesca G. Henle Verlag. Nel 2020 viene pubblicata dalla casa editrice Florestano la sua biografia sul compositore, la prima in italiano.
Vincenzo Maltempo è definito un “musicista pieno di risorse con una tecnica ed una intelligenza formidabili” (Jeremy Lee, Top Ear), dai “suoni come scolpiti nel marmo” (PianoNews). Elogiato da molti grandi pianisti contemporanei, Alexander Lonquich scrive di lui come di “un pianista / musicista fuori dal comune […]. E’ uno dei pochi che possono rendere giustizia alla musica Alkan, che sembra non avere segreti per lui. Maltempo tende generalmente ad esplorare i lati estremi di uno stile. Non mi sorprende che il suo ultimo CD dedicato a Schumann abbia colpito nel centro. Raramente, se non mai ho ascoltato una Humoreske così convincente e multiforme allo stesso tempo […]
Non stupisce di certo la sua dedizione al lavoro di trascrizione di importanti partiture orchestrali […] E un ultima cosa importante: si ha la sensazione che per lui lo strumento sia sempre un mezzo e non un fine in se stesso”. Il celebre critico musicale Bryce Morrison su Gramophone apprezza la sua dinamica sgargiante e colorata, che accosta a quella di un Horowitz, e Lorenzo Arruga – giornalista e critico musicale italiano – riconosce nel suo “fraseggio libero, nel suo tocco caldo e nel suo atteggiamento di amore per i compositori e la musica” un profondo legame con la ‘scuola pianistica di un tempo’. Nonostante la giovane età, Vincenzo Maltempo può contare nella sua discografia, oltre a cinque CD con opere di Alkan (raccolti nel 2014 in un cofanetto), numerosi altri titoli: a Franz Liszt ha dedicato due CD, “Klavierwerke” (Gramola 2009), e “The complete Hungarian Rhapsodies” (Piano Classics, 2016), doppio cd nominato da Gramophone come “Editor’s choice” e definita “la più bella integrale che abbia mai ascoltato” da Paul Ruckert nella sua recensione al disco sulla stessa rivista; a Robert Schumann (Piano Classics 2014) un disco con importanti lavori pianistici; un doppio CD (Brilliant Classics 2014) con il violinista Carmelo Andriani, alla musica per violino e pianoforte di Michele Esposito (un compositore italo/irlandese poco noto al grande pubblico); mentre alla musica di S. Lyapunov (Piano Classics, Aprile 2017) riserva un’importante incisione dei 12 Studi Trascendentali, che si aggiunge alle pochissime precedenti testimonianze discografiche complete esistenti e che guadagna critiche a 5 stelle su Diapason e su altre riviste italiane ed estere. Nel 2018, e sempre per la Piano Classics, vede la luce un doppio CD con i due Concerti per Pianoforte e Orchestra di J. Brahms, registrati live con la Mitteleuropa Orchestra diretta da Marco Guidarini, mentre nel 2019 per la stessa etichetta viene pubblicato un doppio CD con le 10 Sonate per pianoforte A. Skrjabin: è il primo italiano nella storia ad inciderne l’integrale.
Ultime incisioni discografiche includono l’opera pianistica completa di P. Dukas e l’integrale dei Notturni di F. Chopin.
Vincitore del Premio Venezia 2006 al Teatro La Fenice, la sua carriera concertistica internazionale lo vede da quel punto esibirsi nei più importanti festival e teatri d’Europa (Venezia “La Fenice”, Cagliari “Teatro Lirico”, Spoleto “Festival dei due Mondi”, Festival F. Liszt di Raiding, “Raritäten der Klaviermusik” a Husum etc), America (Miami “International Piano Festival”, etc), Messico (“Festival Internacional de Piano en Blanco y Negro”), Asia. Il suo percorso musicale, iniziato spontaneamente in età molto precoce nella sua famiglia, è fortemente influenzato da Salvatore Orlando, pianista e insegnante, allievo di Sergio Fiorentino, con il quale si diploma nel 2005 al Conservatorio S. Cecilia di Roma con il massimo dei voti e la lode. I suoi studi proseguono in seguito con Riccardo Risaliti presso l’Accademia pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola, dove ha la possibilità di frequentare masterclass con pianisti come V. Aschkenazy, O. Marshev, R. Levin, Z. Kocsis e altri.
Le sue trascrizioni pianistiche sono pubblicate dalla Ries&Erler di Berlino e dalla MusePress di Tokyo.
Dal 2017 è fondatore e direttore artistico del “Premio Alkan per il virtuosismo pianistico”, evento annuale che ha luogo al Castello di Castano, nel piacentino.
Vincenzo Maltempo vive a Torino ed è docente di pianoforte principale al Conservatorio “G. Verdi” di Torino.